E’ di ieri la notizia che Mario Capecchi riceverà il Nobel per il suo lavoro sulle cellule staminali. Un riconoscimento atteso da tutta la comunità internazionale per il suo lavoro.
I giornali italiani l’hanno subito definito un Nobel italiano, con quel nome e cognome non può essere altrimenti. E tutti hanno iniziato a felicitarsi che un italiano abbia vinto il prestigioso premio internazionale.
Perché ne parlo qua dove parlo di dacandenza? Perché definirlo italiano è decisamente forzato e di italiano ha ben poco oltre al cognome. Leggendo la sua biografia scopriamo che la madre era figlia di una pittrice americana e di un archeologo tedesco. Dopo varie vicissitudini è emigrato negli Stati Uniti quando aveva solo 9 anni e lì si è iscritto per la prima volta ad una scuola. Praticamente ha fatto tutta la vita in America e non ha mai visto una scuola italiana.
Sì, è vero, ha origini italiane, ma da qui a considerarlo italiano e a felicitarsi come se fosse un genio italiano ne passa. Non per sminuire la portata della su intelligenza e del suo lavoro, ma proprio perché è da considerarsi americano a tutti gli effetti.
Rimane il rimpianto appunto che non abbia potuto lavorare in Italia e che non sia un prodotto della nostra scuola.


